Ferragamo e gli anni '20: il ritorno in Italia del calzolaio delle Stelle


Un Salvatore Ferragamo in doppiopetto apre la nuova mostra che si tiene nel suo museo di Firenze, fondato dalla moglie nel 1995 e situato in via De’ Tornabuoni. La fotografia ritrae un uomo elegante e virile, che emana il sapore del successo. Era il 1927 e lo stilista tornava dall’America con il transatlantico Roma, stavolta in prima classe e non in terza come nel viaggio d’andata.


Partito come semplice ciabattino, Ferragamo arriva a Firenze con un bagaglio completamente diverso, al cui interno si trovano prototipi e scarpe di qualità eccelsa, creati e indossati dalle più grandi dive di Hollywood. La domanda che nasce spontanea è quale desiderio si trovi alla base della sua decisione di tornare in Italia e il perché abbia scelto proprio Firenze. Firenze, all’ora come adesso, era la patria della manifattura e dell’artigianato e lo stilista sentì il bisogno di crearsi un team di fiducia, che gli permettesse di tornare negli Stati Uniti con delle calzature ancora più prestigiose. La verità è che Ferragamo si innamora di questa città, della sua arte, delle sue tradizioni e della sua modernità allo stesso tempo e decide di restare. Sono questi i valori che rivivono nella mostra, ideata dalla direttrice del museo Stefania Ricci. La Firenze degli anni 20’ riprende vita nelle otto sale, colme di arte e di moda e nella scenografia creata da Maurizio Balò, che trasporta i visitatori proprio all’interno del famoso transatlantico. Quasi quasi si sentono le onde.


Sono le scarpe di Ferragamo a scandire gli spazi della mostra, segnando il passaggio da sala a sala. Sono scarpe piccole, quelle originali, create appositamente per ogni singola cliente, che si differenziano da quelle moderne solo per la taglia. La qualità invece rimane immutata nel tempo, conservando il design avanguardista e l’utilizzo di pelli quasi introvabili.

E’ il contesto della mostra però che lascia senza fiato. Quasi quasi ci si scorda di essere da Ferragamo. Le stanze sono infatti in grado di replicare le stesse identiche sensazioni che si provano nelle gallerie d’arte. Gli anni ’20 ritornano prepotenti nei quadri futuristi di Fortunato Depero, ricordandoci ancora una volta quanto il folclore e il Made in Italy siano i muri portanti della nostra cultura. Federico Melis e i suoi manufatti sardi ci riportano nella Sardegna dell’epoca, accompagnati da collage caratterizzati da un binomio di tradizione e modernità, che mischiano abiti tipici e make up attuali, che arrivano come un vento dal sapore dell’antico Egitto.


La figura della donna, analizzata in tutte le sue sfaccettature, diventa l’altro tema fondamentale della mostra. Quella tipica del fascismo, con i suoi abiti sobri e rigorosi, viene quasi messa in ombra da un’intera parete rappresentante le ribelli dell’epoca, le attrici, le pittrici, le femmes fatales. I loro volti trasmettono forza, seduzione, caparbietà e sono in grado di risvegliare in noi quell’istinto assopito di potenza, insito nella natura di tutte le donne.

La mostra continua passeggiando tra la Firenze industriosa del tempo e prosegue poi nella sala de “il corpo a pezzi”, dove viene sottolineata l’importanza dell’estetica e dello studio del corpo in tutte le sue parti, sia per il benessere psico-fisico che per il mondo della moda, che acquista in questi anni un nuovo rigore scientifico e una nuova razionalità di creazione.


Nell’ultima sala, che richiama per forma e colori la piscina del transatlantico e che rappresenta il corpo come strumento dinamico, l’esposizione si ferma, lasciandoci ad osservare estasiati la potenza erotica della ballerina di Alimondo Ciampi.

Via: 1,2

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